Il 3 Giugno. Alle ore 12.00 parto da solo.
La destinazione è Elista, Russia.
A Bari faccio il primo rifornimento di carburante .
Sto versando benzina quando il cielo diventa nero.
Scoppia un temporale della madonna con grandine grande come chicchi d’uva
che martellano la moto e il casco.
Fortunatamente sono fermo. Sotto la tettoia aspetto che passi.
Il cuore batte forte. Non per paura. Per l’adrenalina.
Arrivo al porto di Brindisi. Check-in veloce. E li incontro. Uno svedese.
Anche lui in moto, anche lui Solo.
Parliamo fino a tardi. Di strade, di frontiere, di paura e libertà.
Capisci? Il mondo dei motociclisti è piccolo. Siamo fratelli senza conoscerci.
Nella gabina della nave faccio una doccia calda. Il corpo cede. La stanchezza del viaggio
mi stende. Dormo come un sasso fino a poco prima dell’annuncio: Il giorno seguente
Sbarco a Igoumenitsa. La Grecia mi accoglie con l’asfalto bagnato. Per fortuna non piove.
L’aria è più fresca. La temperatura si è abbassata.
Il viaggio vero inizia ora.
Nel tardo pomeriggio arrivo nella dogana Grecia -Turchia. Consegno il passaporto e il libretto della moto. Il doganiere mi guarda e mi dice “Questo libretto non è della Yamaha “. Controllo
era della Honda, mi sento distrutto rischio di ritornare indietro.
Il doganiere mi guarda e mi dice: Controlla bene tra i documenti. Fortunatamente trovo quello giusto. Tutto si risolve bene e posso continuare il viaggio. Che paura.
Prima del tramonto mi trovo ad Ipsala nello stesso albergo dell’anno precedente dove avevo pernottato nel Maggio del 2025, l’albergatore felicemente mi riconosce felicissimo “mi dice sei Tornato “Mi fa un prezzo buonissimo. Mi dà la camera migliore. Che bella sensazione. Essere ricordato cosi.
Il giorno 5 arrivo a Gerede 1340 metri di altitudine. Città di montagna in Turchia.
Pernotto qui per riposare un po' il fisico e la moto. Dopo l’asfalto e il caldo dei giorni prima, la quota si sente. La sera è già fresca. Domani si riparte
La mattina presto riparto facendo alcune pause durante il viaggio dove definitivamente mi fermo a Ordu. Un albergo stupendo difronte al mare, dove assisto ad un matrimonio locale e ad un tramonto eccezionale. Musica, balli, gente che festeggia per strada. Il cielo è diventato rosso e arancione sull’acqua. Qui conosco anche cinque ragazzi turchi che mi invitano a mangiare il cocomero con loro. Facciamo delle foto insieme e attualmente mi seguono anche sui social. L’ospitalità turca è incredibile.
Il giorno seguente mentre percorro il centro della città di Ordu mi si avvicina una macchina al semaforo. Mi chiamano e dal finestrino mi fanno vedere sul cellulare una mia foto con la Hayabusa scattata quando ero in fiera. Probabilmente sono persone che avevo conosciuto in Italia, o che mi seguono sui social. Non ho potuto saperlo con certezza perché, a causa dell’intenso traffico, non ho
avuto la possibilità di fermarmi. E’ una sensazione strana e bella: arrivare così lontano e scoprire
che qualcuno ti conosce
Il giorno 7 sono a Hopa è l’ultima cittadina turca sul mar Nero, proprio al confine con la Georgia. Si trova a 20 km dalla frontiera ed è il punto di sosta obbligato per chi deve passare la dogana la mattina presto. E’ una cittadina piccola, umida, con l’odore del mare e delle montagne verdi alle spalle. Niente di turistico, solo strade piene di camion, negozietti e alberghi semplici dove dormono tutti i viaggiatori che il giorno dopo devono entrare in Georgia per questo motivo pernotto qui. La sera prima del confine dormi a Hopa, cosi alle prime luci sei già in fila alla dogana. La mattina presto vado direttamente in Dogana. Le problematiche burocratiche sono poche: passaporto, controlli veloci e via. Appena entro in Georgia per la terza volta la prima fu nel 2006 bruttissima e pericolosa esperienza. Ma ora è tutta un’altra storia. Faccio subito il cambio di moneta lì al confine e poco dopo, faccio anche l’assicurazione per la moto.
8/9 Giugno Tbilisi, Georgia.
Arrivo nella capitale georgiana per due giorni di sosta. Scarico le valige e mi si gela il sangue: una parte del telaietto che regge il bauletto posteriore della moto si è spaccato. Vado subito alla reception dell’albergo, un po' in ansia. Chiedo se conoscono un meccanico. Il ragazzo mi guarda tranquillo e mi dice:” domani mattina viene uno di noi e gliela salda “E così è stato Il giorno dopo uno dell’albergo mi ha saldato tutto in cortile. In Georgia la parola “ospitalità” non è una parola vuota. Questi due gironi a Tbilisi sono stati un colpo al cuore. Città bellissima, pulita, organizzata nel caos. Case colorate che si arrampicano sulle colline, il fiume Kura che scorre in mezzo, e l’odore di pane e spezie per strada. Grazie a un invito del consolato italiano conosco il console. Mi riceve in Ambasciata e tra un caffè e l’altro mi dà consigli preziosi sulle zone da evitare quando entrerò in Russia. Uscire da lì mi ha fatto sentire meno solo e più protettivo.
Cosa da non perdere a Tbilisi:
Fortezza di Narikala. Ci arrivi con la funivia. La vista sulla città al tramonto ti entra nell’anima.
Città vecchia e bagni solforosi di Abanotubani. Vicoli di mattoni, cupole di vapore. Storia pura.
Ponte della pace. Tutto in vetro e luci. Il simbolo della Tbilisi moderna.
Chiesa della Trinità di Sameba. Immensa, bianca, la vedi da tutta la città
prova il Khachapuri e un bicchiere di vino georgiano. Qui fanno vino da 8000 anni. Ti scalda dentro.
Tbilisi ti ripara la moto, ti riempie la pancia e ti ripara l’anima.
La mattina seguente riparto. Il viaggio continua tra panorami che ti lasciano senza fiato. Montagne, valli, strade che sembrano non finire mai. Spesso mi fermo. Tiro fuori il telefono e faccio foto e video. Voglio ricordarmi ogni curva, ogni cielo, ogni secondo. Dopo questo che succede? Arrivo ai 15 km della Dogana Russa e qui pernotto.
Il giorno dopo alle 6 sono già in piedi e parto. Arrivo e mi metto in fila dietro le macchine per presentare i documenti: prima alla dogana Georgiana poi a quella russa,
Qui purtroppo, durante la lunga sosta incolonnato, mi prende la pioggia. Sono fradicio, tutti che mi guardano ma nessuno mi dà possibilità di passare avanti e arrivare al coperto.
Arrivato alla dogana Russa il problema rimane sempre la lingua. Non so l’inglese e devo risolvere
Tutte le pratiche. Per fortuna un ufficiale della polizia di stato mi aiuta. Con il cellulare e il traduttore riusciamo a comunicare. Il tutto impiega 4 ore. Controllano accuratamente ogni borsa, ogni valigia della moto finanche sotto la sella della moto. Ti svuotano, ti guardano, ti rimandano avanti e dietro.
Lo stress è veramente tanto. Nel primo pomeriggio arrivo a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord -Alania. Prendo un confortevole albergo in periferia tra giardini ed alberi, mi faccio una doccia e chiamo un taxi per farmi portare in centro. La città è molto carina e pulita. Ha un centro ordinato con viali larghi, parchi verdi e un fiume, il Terek, che taglia a metà. Si sente subito l’aria di Caucaso un mix di culture russe, ossete e caucasiche. Nell’occasione mangio della pizza locale, veramente ottima. Ho visitato la Moschea Mukhtarov con le sue cupole bianche che è uno dei simboli della città, e il ponte sul fiume Terek da cui si vede tutta la valle. È una città tranquilla, pulita, con tanta gente ospitale. Dopo le ore in moto ti dà proprio la sensazione di pace e di essere arrivato in un post.
Il giorno seguente alle ore 6 della mattina lascio Vladikavkaz. Mi dispiace andarmene, mi era rimasta nel cuore. Devo raggiungere Grozny e ho molta difficoltà perché Google Maps non mi funziona. Quindi mi tocca arrangiarmi, fermarmi e chiedere ai locali. Con un appunto su un foglio di Block notes accompagnato sempre da un sorriso. Alla fine la strada la trovo sempre.
Arrivato a destinazione prendo subito l’albergo per mollare tutto. Sotto, nel piazzale, conosco una signora e sua figlia. Tiro fuori dallo zaino due foulard e glieli regalo. Se li mettono subito e ringraziano con gli occhi che brillano. Sono piccoli gesti, ma è così che si aprono le porte in questo viaggio.
Dopo essermi sistemato e fatta una doccia rigeneratrice faccio chiamare dall’albergo un taxi. Ho bisogno di vedere la città. Di sentire l’aria di Grozny addosso. In pochi minuti arrivo al centro. È tutto nuovo, pulito. La Moschea “cuore della Cecenia “ti lascia senza fiato. Di sera con le luci dorate sembra irreale. Arrivato davanti alla moschea devo aspettare che i fedeli finiscono la preghiera. Terminata mi fanno entrare, ma prima mi perquisiscono il borsello. Mi chiedono se ho coltelli. Chiedo se posso fotografare e fare dei video. Mi dicono di sì, ma solo in alcune zone che mi indicano loro. Entro. È immensa, tutta bianca, con le cupole dorate che brillano. C’è un silenzio un profumo che ti entra dentro. Al rientro rincontro madre e figlia con il foulard che ho regalato loro. Ci guardiamo, ci salutiamo e sorridiamo. È bello vedere che lo stanno usando. Mi scalda il cuore.
Dopo la visita di Grozny il giorno dopo come sempre mi alzo alle 5 mi preparo un caffè con la mia moka e mangio una barretta e parto per arrivare a Elista. Arrivo a Elista e la prima cosa che mi colpisce sono i colori. È una città diversa da tutte le altre. Ti sembra di essere in Mongolia, paese che ho avuto modo di conoscere nell’anno 2010 e l’atmosfera è la stessa: Bandiere di preghiera che volano al vento, cupole dorate e odore di incenso. E poi ci sono i monasteri Buddisti. Stupendi. Imponenti. Il Golden Temple mi lascia senza parole. È tutto oro, enorme, con draghi e statue che ti guardano. Entro e sento subito la pace. Un silenzio diverso. Non è silenzio vuoto, è pieno. I monaci girano piano, le ruote di preghiera girano, tu ti senti piccolo. Mi affascina da morire. È come se il tempo si fosse fermato. Dopo tanta guerra, tanto rumore, trovare un posto cosi spirituale mi tocca dentro.
Dopo aver trascorso due giorni a Elista verso le 9 dopo una colazione riparto per rientrare in Georgia. Durante il percorso per ritornare nella città di Vladikavkaz ad un tratto in un posto di blocco con 2 poliziotti in borghese e altri 2 in divisa mi fermano. Mi contestano che in quella zona un Europeo non può, entrare ma solo con una autorizzazione. Nel frattempo mi dicono che avrei passato la notte con loro ed il giorno dopo dovevo subire un processo e pagare 7000 rubli. Ad un certo punto arrivano 2 motociclisti russi. Con il cellulare e il traduttore spiego la situazione. Mi dicono di stare tranquillo. Per non dilungarmi troppo nel racconto vi dico che i poliziotti decidono di lasciarmi andare. Però con una condizione devo seguire i motociclisti russi che mi accompagnavano fino all’uscita della zona considerata vietata agli Europei. Dopo un breve tratto si fermano. Mi indicano la strada da prendere. Problema: niente indicazioni sul mio cellulare. Soluzione da furbo: faccio la foto alla città sul cellulare di uno di loro. Tutto in cirillico ovviamente…comprensibile solo a chi incontro dopo.
Riparto. percorro svariati km. Arrivo ad un bivio e nasce il problema.
Fortunatamente c’è un benzinaio. Chiedo indicazioni. Ma dopo pochi km …un’altra rotonda. Di nuovo il dubbio: destra o sinistra? Aspetto che passi qualcuno. Vedo una macchina, fischio e vada incontro. Vedendomi si mettono subito le cinture di sicurezza…ah ah ah. Chiedo qual è la strada giusta per arrivare a Vladikavkaz. Me la indicano e continuo a viaggiare in campagna, anche a velocità sostenuta. Purtroppo arriva la pioggia. Dopo svariati km, un posto di polizia. Chiedo informazioni e mi confermano che la strada che sto percorrendo quella giusta.
Continuo a viaggiare sotto la pioggia.
Dopo alcuni km vedo sotto una pensilina due motociclisti che si riparano
Mi fermo sono russi. Chiedo se vanno nella città dove devo andare io.
Mi dicono di sì. In un motel, in una città prima di Vladikavkaz. Chiedo se posso
andare con loro. Confermano. E partiamo. Proseguo il viaggio sotto la pioggia e i temporali. Dopo circa due ore di viaggio arriviamo a destinazione. Prendiamo ognuno una camera e si va a dormire.
Le strade percorse sono allagate. I rischi sono molti. Anche per la scarsa visibilità. Inoltre tanto freddo.
Dopo ore di strade allagate e rischi, finalmente arrivo a Gyumri. Città tosta, vera, con quell’aria di frontiera che si respira subito. Pernotto in un albergo bellissimo .80 euro spesi benissimo. Camere pulite, gente accogliente e davanti all’ingresso la mia moto. Parcheggiata li al sicuro con tutti i bagagli. La guardo dalla finestra e mi rilasso. Dopo tutto quello che ho passato oggi me lo merito. Gyumri è la seconda città dell’Armenia Pietra nera, edifici dell’epoca sovietica mescolati e chiese antiche. Fa freddo ma la gente è calda. Si sente che è una città che ha sofferto il terremoto, ma è in piedi e va avanti. Stasera doccia calda, letto e la moto sotto controllo. Domani si parte.
Mi alzo alle 5. Colazione in albergo e si parte. Appena fuori città per un pelo non finisco dentro un tombino aperto. Un miracolo. Perchè i danni per me e per la moto sarebbero stati seri.
Arrivo a Yerevan. Caldo da morire. Traffico intenso, caotico, da infarto. Decido: resto in albergo. Non ha senso rischiare la pelle. Ho attraversato buona parte della capitale armena in moto solo per arrivare in albergo. La città non mi è piaciuta. Nota positiva: ho pranzato e cenato in un ristorante spendendo meno di 5 euro. Stasera doccia calda, letto e la moto sotto controllo. Domani si parte.
Il giorno dopo parto per Sevan sul lago di Sevan. Viaggio tranquillo, sono solo 60 km e che sollievo dopo il traffico di Yerevan. Appena esco dalla capitale il paesaggio cambia subito. Dalla città caotica si passa a colline secche e marroni, terra rossa e montagne in lontananza. Strade più larghe, meno macchine, più cielo. Poi man man che Sali l’aria si fa più fresca e in lontananza spunta il blu del lago di Sevan. Sembra un mare in mezzo alle Montagne. Viaggio tranquillo. Prendo un alberghetto carino ed economico proprio sulla via principale della città. Ho negozi e tutto vicino. La prima cosa che faccio dopo aver sistemato bagagli e moto è andare a fare spesa. Negozio di frutta e verdura: comprato tante ciliegie a poco prezzo e altra frutta. Poi vado nei panifici a prendere il Lavash, il pane caratteristico Armeno. Faccio foto e video a tutto. Insomma documento la città e tutto ciò che è caratteristico. Giorno dopo sempre con pausa a Sevan giro tutto il perimetro del lago. Ogni curva un panorama diverso, l’acqua che cambia colore, il vento sul casco. Fatica? sì ma ne vale ogni chilometro. Il lago è un Oceano in mezzo a montagne. Acqua blu profonda che a tratti diventa turchese. Pulita, limpida, che specchia il cielo. Mentre le montagne da tutte le parti. Alte, rocciose, alcune con ancora neve in cima. Sembrano guardiani di pietra. Con il vento le nuvole ci si appoggiano sopra e cambiano ogni curva.
I pascoli ai piedi delle montagne sono smisurati, verdi da togliere il fiato. Erba alta che ondeggia come un mare verde. Mucche e pecore sparse, puntini bianchi e marroni. L’aria sa di fieno appena tagliato, di terra e di libertà.
Sosta. Spengo il motore. Respiro. E li incontro un pescatore. Uomo di lago, mani segnate occhi che hanno visto stagioni. Parliamo mi fa vedere il bottino. Pesci freschi e grandi presi con le sue mani. Niente fronzoli, solo fatica e rispetto per l’acqua. In quei 10 minuti ho capito più dell’Armenia che in 100km di asfalto. Dopo due magnifici giorni trascorsi a Seven scendo a Mtskheta visito la cattedrale di Svetitskhoveli è da pelle d’oca .1000 anni di storia tra le colline, con l’Aragvi e il Kua che si incontrano sotto. Paesaggio verde, monasteri sulle montagne, aria diversa. E poi la via principale tutta di negozietti di souvenir, icone, tappeti, calamite, ristorantini che sanno di Khachapuri (piatto nazionale della Georgia pane + formaggio fuso) e vino georgiano. Gente che passeggia lenta. Qui ho preso anche due forti temporali con grandine meno male che ero in albergo e la moto al sicuro.
Un giorno a Akhaltsikhe: Arrivi e capisci subito che la città non è una qualsiasi. È al confine. È incrocio di mondi. Il primo impatto è il Castello di rabati Enorme. Ti guarda dall’alto e dentro trovi di tutto: una chiesa, una moschea, palazzi ottomani, stradine in pietra tutta la storia in un posto. Di sera illuminato è magia pura Stradine in ciottoli dove senti ancora l’eco dei passi di chi c’è passato 300 anni fa. Io cammino piano. Ogni porta, ogni finestra ti racconta qualcosa. Mi sono fermato un sacco di volte solo a guardare. Mi viene da pensare “quanta gente ha sperato, pregato, sofferto qui dentro? E di sera…. è magia. Quando lo illuminano diventa dorato. Sembra sospeso. Sto li fermo, con il freddo addosso e il cuore caldo. Ho capito perché un posto ti può entrare dentro anche in un solo giorno Rabati non è da visitare è da sentire
Rabati me la porto nel cuore. Profumo di menta, Oceano, e mura bianche. Non è da visitare …è da sentire. Ora si ricarica tutto moto corpo e testa. Prossima direzione Kars. Case di pietra vulcanica, cielo basso, vento che ti entra nelle ossa anche a luglio. La fortezza la domina dall’alto e guarda l’Armenia. Sembra una città ferma da 100 anni. Qui la gente parla piano. Il tè bollente. Le strade sanno di storia e di malinconia. Cammino senza meta. Mi sento piccolo perché la storia qui pesa. Grande perché ce l’ho fatta ad arrivare fin qui. Kars è dura come il viaggio. E forse è per questo che mi piace. Si va sempre avanti
Il giorno successivo parto e dopo la pietra nera la steppa. Lascio la fortezza alle spalle e il vento che mi spinge. Tanta strada tanti chilometri che sembrano non finire mai e arrivo a Sivas. Questa città è diversa. Qui non c’è più il freddo di Kars. C’è terra, c’è spazio, c’è silenzio largo. La città è distesa nella pianura dell’Anatolia. Si respira calmo. Rimango una giornata. Mi serve. Cammino senza fretta per il centro. Entro in una moschea antica, l’odore è di pietra vecchia e preghiera. Bevo tè seduto fuori. La gente mi guarda annuisce e basta. Niente fretta. Niente rumore. Sivas mi fa rallentare. Dopo la durezza di Kars, qui mi sciolgo un po’. Il corpo riposa, la testa ordina pensieri. La sera il cielo è enorme. Stelle che non vedovo da tanto.
Domani si riparte. Ma oggi sono qui. E mi fa bene. Si va sempre avanti.
Dopo la steppa arriva l’acqua.
Lascio Sivas al mattino. Tanta strada ancora. Il caldo sale. Poi all’improvviso il mare. Non ricordo il nome della località. Una cittadina sul mare della Turchia. Piccola, bianca, piena di sole. Entro in albergo e mi fermo. L’Albergo è stupendo. Piscina che si affaccia sul mare. Camere pulite, lenzuola fresche, aria condizionata che è paradiso. Fa molto. Ma molto caldo fuori. Qui dentro invece è fresco. Io però non vado in piscina. Non vado al mare Ne approfitto solo per riposarmi Mi butto sul letto e sto zitto. Il corpo dopo Kars e Sivas chiede solo silenzio. Lo staff è molto gentile. Mi chiedono da dove vengo E io racconto del mio viaggio in Russia. Della neve delle strade, delle città facendo vedere foto e video, mi offrono tè freddo e sorridono. La sera scende piano. Sono in camera finestra aperta. L’aria condizionata spenta perché voglio sentire tutto. E davanti a me c’è il mare. Il sole comincia a scendere. Lentissimo. Prima è bianco e forte, poi diventa arancione, poi rosso. Il cielo prende fuoco. Strisce di rosa, viola, oro sciolgono nell’acqua. Il mare non è più turchese. Adesso è rame, È fuoco liquido. Ogni onda riflette il sole e sembra che bruci. Fa ancora caldo, ma è un caldo morbido. Il vento si alza dalla spiaggia e mi porta odore di sale e di fine giornata. Non c’è rumore. Solo il mare che va e viene. Lontano un gabbiano. Vicino il frigo dell’albergo che fa un ronzio basso. Io sto seduto sul letto e guardo. Non faccio foto. Perché certe cose se le fotografi le perdi. Queste le devo tenere dentro. Il sole tocca l’Acqua e sparisce. Di colpo il cielo diventa blu scuro. Le luci dell’albergo si accendono. E sul mare restano solo puntini di barche lontane. Sto bene. Dopo Kars, dopo Sivas, dopo tutta quella strada…mi merito questo silenzio. Domani si riparte. Si va. Sempre avanti.
Il giorno dopo proseguo. Pernotto 2 notti in un alberghetto proprio al centro di Meteora (Grecia). Zone che avevo già visitato molti anni fa. Il giorno seguente in moto vado a visitare alcuni monasteri bellissimi arroccati in cima ai monti. Sono appesi sulle rocce, sembra che tocchino il cielo. Per arrivarci scale, scale, scale Dentro si percepisce un’atmosfera che non so spiegare. Silenzio, odore di candele e legno vecchio. Affreschi alle pareti che raccontano storie di 600anni fa. Fuori il vento e sotto di te tutta la valle della Tessaglia. Tante sensazioni, cultura, paesaggio…Molti turisti.
Dopo Meteora altra tappa. Durazzo ci arrivo stanco ma con la voglia di mare. E trovo un albergo stupendo. Grande parcheggio, cosi la moto dorme tranquilla sotto gli occhi. Giardini verdi, ristorante che profuma di pesce e di agnello. Mi sono proprio rigenerato. Una doccia calda, una cena con vista, e il rumore delle onde al posto del motore. Durazzo non è solo una città di passaggio. È la pausa che ti serve prima di salire verso nord. Gente accogliente, caos controllato, e il profumo di Albania che ti entra nelle ossa. Dopo Durazzo il giorno successivo riparto presto. La moto ha ripreso fiato anche io. Proseguo per Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia Croazia, Slovenia Ogni confine un timbro. Ogni paese un odore diverso. Albania Caos e mare, Montenegro: montagne che ti cadono addosso. Serbia Caffè forte e gente diretta, Bosnia. Ponti vecchi e storia che pesa. Croazia. Zara, l’organo marino, il saluto al sole. Slovenia. verde, pulita ultima tappa a Zara prima di puntare in Italia.
Dopo tanti km e tanti confini arrivo a Zara. Parcheggio la moto e per la prima volta da giorni mi tolgo tutto. Casco, giubbotto, stivali. Il vento dell’Adriatico ti prende in faccia e ti pulisce. Odore di sale e di pini. Cammino sul lungomare di pietra bianca ancora calda. Poi sento la musica. Ma non c’è nessuno suona. E ‘l’organo marino. Le onde entrano nei tubi sotto la banchina e Zara canta da sola.
Mi siedo e sto in silenzio. La sera vado al saluto al sole. Centinaia di pannelli a terra che si accendono con il tramonto. Tutto il lungomare diventa arancione, viola, blu. La. gente applaude al sole che va giù. Ho cenato la moto è lì a due passi .Per 12 ore non sono un viaggiatore .Sono solo un uomo al mare .Zara è stata l’ultima tappa prima di puntare l’Italia .












